Un marchio open source per una moda sostenibile, aperta e partecipata

Articolo scritto per la rivista Loop e tratto dal mio intervento a WorldWideRome Nel 2010 Johanna Blakley, direttrice di un think-tank sui media all’Università della California, ha rivelato di fronte a una platea nutrita della Ted conference che, l’industria della moda, a differenza di altri ambiti del settore creativo non produce valore a partire dalla protezione della proprietà intellettuale: non solo la maggior parte dei capi e accessori venduti non sono coperti da copyright, è proprio questa mancanza di protezione che permette al sistema di essere profittevole. Grazie a questa libertà infatti, aziende diverse sono in grado di replicare capi creati da brand conosciuti in copie più economiche e di renderle disponibili a prezzi più accessibili, ovviamente senza copiare anche il logo#. Quanto più velocemente gli abiti indossati sulle riviste patinate e esposte nelle vetrine delle vie del centro senza cartellino del prezzo, diventano indossabili per tutto il resto della popolazione, tanto più velocemente, più volte l’anno, diventa necessario gettare

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Markus Kayser: Sun and desert in the industry of tomorrow

Article originally published on Digicult – Articolo originariamente pubblicato su Digicult   “I see no future without technology, but even future without nature, they must find a balance at some point.” This is the statement by Markus Kayser, German designer with a studio in London, who with his latest project Solar Sinter, has won the Arts Foundation Fellowship 2012 (http://artsfoundation.co.uk/Artist-Year/2012/all/318/Kayser) for the Product Design category and was shortlisted for the prestigious Design of the Year 2012 sponsored by Desing Museum of London (http://www.designsoftheyear.com/category/genre/product/product -2012/page/2/). With Solar Sinter, Markus found a meeting point between technology and nature, going behind the process of creation of objects: sun, heat and sand. In addition to the marriage between technology and nature, he has also found a link with the history and the origins of the creation of glass objects, which have appeared in Egypt since ancient times. The idea is simple: the sand in the Egyptian desert is mainly silica, ie when heated to a certain temperature it melts and is transformed into glass, once it has

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Where does all the clothing go? – Insights from academic research, but without the jargon

This post was written by Pamela Ravasio and orginally posted on Shirahime From Friday 20 to Sunday 22nd of January 2012 the ‘Everything must go‘ exhibition in the South Bank’s Oxo Wharf (London, UK) opened its doors to the public. The event was in many ways special: Not only aimed at bringing interested non-academics and academics together, but its principle aim was to convey to the general public academic research results around recycling commodity chains (from the ‘Waste of the World’ and ‘Worn Clothing‘ project) acquired over the course of 5 full years. The mentioned two projects have 2 major focus areas: Clothing Recycling and the recycling (scavenging) of ships in dedicated shipyards. While the facts and stories about ship recycling impressed through the strength and rawness of their on-site report, it was the how ingeniously literally everything gets a new lease of life left in developing country that made a a lasting impression on me. This all said, it

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Geometrie di corpi lasercut

Ho incontrato il lavoro di Federica Braghieri seguendo il blog The Laser Cutter. Mi ha subito colpito il gioco di forme e tagli dei suoi modelli e l’ho contattata per approfondire la sua metodologia di lavoro. Dopo uno scambio di mail e avendo capito che le nostre agende non ci avrebbero fatte ncontrare a breve abbiamo fissato un incontro in Skype e questo è il risultato della chiacchierata. Qual’è stato il tuo percorso di studi? Ho frequentato il politecnico in Bovisa per 3 anni laureandomi nel 2007 in design e moda. E’ stata una formazione con un focus principalmente sul progetto e troppo poco sul “making” delle cose. Molta ricerca e molta teoria e di pratico praticamente nulla. Solo il primo anno abbiamo lavorato su 3 gonne, ci hanno fornito dei cartamodelli base da cui trarre il capo che volevamo realizzare. Sono poi passata a una laurea specialistica post-graduate a Londra in Creative Fashion dove invece è stato praticamente tutto

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Artigianale, diffusa, connessa e open: è la moda del 2025. La facciamo adesso?

Articolo originariamente pubblicato su CheFuturo Il mondo della moda così come è strutturato oggi è costantemente proiettato nel futuro. Anzi, meglio parlare di futuri. C’è il futuro sempre presente, contenuto nelle sfilate, nelle fiere e negli esoterici quaderni di stile venduti a caro prezzo alle case di moda. Tutto questo diventerà presente fra qualche mese, quasi come una profezia che si autoavvera e ci permette di toccare con mano quello che avevamo solo potuto desiderare. E c’è un futuro lontano, quasi da fantascienza, che racconta gli scenari difficili in cui il costo della manifattura e delle materie prime raggiunge livelli mai visti prima. Tutto a causa della scarsità d’acqua e di energia, a cui si affianca l’aumento del costo del lavoro nei paesi-fabbrica. Di questi cambiamenti epocali già sentiamo i primi effetti oggi. Guardiamo per esempio al prezzo del cotone, raddoppiato dalla fine del 2010. Il modello di business della fast fashion, che ha raggiunto fatturati da record, si basa

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