PerchĂŠ ho chiesto a Passera e Profumo un FabLab in ogni cittĂ 

Articolo originariamente pubblicato su CheFuturo Ne sono certa, ci sono tante cose che possiamo fare per innescare la rivoluzione di cui abbiamo bisogno. L’articolo di Massimo Banzi è un’altra prova del fatto che l’innovazione in Italia non sia un fantasma. Anche io qualche giorno fa ho lanciato una proposta all’interno della discussione pubblica per l’Agenda Digitale Italiana: creare un Istituto per la Manifattura Digitale. Il suo compito? Finanziare e pianificare per i prossimi 10 anni l’apertura di laboratori d’innovazione focalizzati su open design, manifattura sostenibile e artigianato digitale. Potete commentare l’idea e votarla se siete d’accordo. So cosa volete chiedermi: ma in un paese come l’Italia un istituto del genere serve davvero? Sì, perché investire su creatività e tecnologia rappresenta un’opportunità che non possiamo ignorare ma, allo stesso tempo, non è un’impresa facile. L’entusiasmo con cui vengono raccontate le storie di innovazione e startup a volte ricorda un po’ la retorica dei “due cuori e una capanna”. Nel caso delle

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Un marchio open source per una moda sostenibile, aperta e partecipata

Articolo scritto per la rivista Loop e tratto dal mio intervento a WorldWideRome Nel 2010 Johanna Blakley, direttrice di un think-tank sui media all’Università della California, ha rivelato di fronte a una platea nutrita della Ted conference che, l’industria della moda, a differenza di altri ambiti del settore creativo non produce valore a partire dalla protezione della proprietà intellettuale: non solo la maggior parte dei capi e accessori venduti non sono coperti da copyright, è proprio questa mancanza di protezione che permette al sistema di essere profittevole. Grazie a questa libertà infatti, aziende diverse sono in grado di replicare capi creati da brand conosciuti in copie più economiche e di renderle disponibili a prezzi più accessibili, ovviamente senza copiare anche il logo#. Quanto più velocemente gli abiti indossati sulle riviste patinate e esposte nelle vetrine delle vie del centro senza cartellino del prezzo, diventano indossabili per tutto il resto della popolazione, tanto più velocemente, più volte l’anno, diventa necessario gettare

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Markus Kayser: Sun and desert in the industry of tomorrow

Article originally published on Digicult – Articolo originariamente pubblicato su Digicult   “I see no future without technology, but even future without nature, they must find a balance at some point.” This is the statement by Markus Kayser, German designer with a studio in London, who with his latest project Solar Sinter, has won the Arts Foundation Fellowship 2012 (http://artsfoundation.co.uk/Artist-Year/2012/all/318/Kayser) for the Product Design category and was shortlisted for the prestigious Design of the Year 2012 sponsored by Desing Museum of London (http://www.designsoftheyear.com/category/genre/product/product -2012/page/2/). With Solar Sinter, Markus found a meeting point between technology and nature, going behind the process of creation of objects: sun, heat and sand. In addition to the marriage between technology and nature, he has also found a link with the history and the origins of the creation of glass objects, which have appeared in Egypt since ancient times. The idea is simple: the sand in the Egyptian desert is mainly silica, ie when heated to a certain temperature it melts and is transformed into glass, once it has

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Where does all the clothing go? – Insights from academic research, but without the jargon

This post was written by Pamela Ravasio and orginally posted on Shirahime From Friday 20 to Sunday 22nd of January 2012 the ‘Everything must go‘ exhibition in the South Bank’s Oxo Wharf (London, UK) opened its doors to the public. The event was in many ways special: Not only aimed at bringing interested non-academics and academics together, but its principle aim was to convey to the general public academic research results around recycling commodity chains (from the ‘Waste of the World’ and ‘Worn Clothing‘ project) acquired over the course of 5 full years. The mentioned two projects have 2 major focus areas: Clothing Recycling and the recycling (scavenging) of ships in dedicated shipyards. While the facts and stories about ship recycling impressed through the strength and rawness of their on-site report, it was the how ingeniously literally everything gets a new lease of life left in developing country that made a a lasting impression on me. This all said, it

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