Open source branding lecture at Parsons

Last month I was in New York invited by Otto von Busch at The School of Design Strategies for a lecture and a workshop about the concept of open source  in fashion and how I experienced it through the projects I co-funded starting from 2005 ( Serpica Naro and Openwear). The SDS is “an experimental educational environment configured to advance innovative approaches to design and business education in the evolving context of cities, services, and ecosystems”. Below you can find the slides of the lecture and here some pictures of the workshop! It was a great experience working together with Otto but also Pascale Gatzen and finally meeting with Giana, from Hacking Couture.

Come hackerare una sedia nell’era dell’open design

Articolo originariamente pubblicato su CheFuturo Quando mi ha scritto Viviana Narotzky, storica del design e presidente di ADI-FAD, sono rimasta piacevolmente stupita perché per la prima volta mi sarei ritrovata a raccontare di moda collaborativa in un contesto di puro design. L’evento intitolato “Open Design, Shared Creativity” (Design aperto, creatività condivisa) si è tenuto durante un forum internazionale organizzato proprio lo scorso luglio durante il Festival del Design a Barcellona, che ha riunito vari pensatori e sperimentatori intorno al tema dell’open design. Non si trattava del primo evento incentrato su questo tema in Europa, già ad Amsterdam e a Berlino lo scorso anno si era detto e fatto molto, specialmente a partire dal lancio del libro “Open Design Now! Why design cannot remain exclusive” (Design aperto ora! Perché il design non può rimanere esclusivo) che oggi è considerato una sorta di reader per chi vuole capire lo stato dell’arte delle riflessioni sul design dai codici aperti. Il libro, una raccolta di

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Un marchio open source per una moda sostenibile, aperta e partecipata

Articolo scritto per la rivista Loop e tratto dal mio intervento a WorldWideRome Nel 2010 Johanna Blakley, direttrice di un think-tank sui media all’Università della California, ha rivelato di fronte a una platea nutrita della Ted conference che, l’industria della moda, a differenza di altri ambiti del settore creativo non produce valore a partire dalla protezione della proprietà intellettuale: non solo la maggior parte dei capi e accessori venduti non sono coperti da copyright, è proprio questa mancanza di protezione che permette al sistema di essere profittevole. Grazie a questa libertà infatti, aziende diverse sono in grado di replicare capi creati da brand conosciuti in copie più economiche e di renderle disponibili a prezzi più accessibili, ovviamente senza copiare anche il logo#. Quanto più velocemente gli abiti indossati sulle riviste patinate e esposte nelle vetrine delle vie del centro senza cartellino del prezzo, diventano indossabili per tutto il resto della popolazione, tanto più velocemente, più volte l’anno, diventa necessario gettare

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Let’s go open-source with digital patterns making

Susan Spencer Conklin is a networker, she’s not a programmer, but knows about programming, she’s not a designer but knows how to sew and in the last months she’s been giving presentations to invite developers to help create a suite of open source software to produce and modify clothing patterns in open data formats to match an individual’s body measurement and generate customized patterns as printable files. Current applications for pattern making are infact proprietary and expensive, require proprietary operating systems, and on top on that they are not designed to interoperate or give not much control on the creation process. An open source-solution would enable individuals and small labels designers to enter the market with lower investments costs and local markets would flourish more easily being able to share and exchange knowledge. And it’s not only a matter of business. Schools and educational environment would benefit of a software without paying multiple licenses and students would be involved in the

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