La meraviglia della stampa 3D spiegata ai nonni

Articolo originariamente pubblicato su CheFuturo Le parole sono utili, i racconti e le spiegazioni scientifiche anche, ma finchè una tecnologia non si rende evidente nel risolvere  problemi quotidiani o  facilitare la nostra vita in modo concreto è difficile capire perchè è importante investirci. Il punto della fabbricazione rapida non è, per esempio, solo mostrare  come funziona tecnicamente una stampante 3d, una lasercut o una fresa a controllo numerico. Conta soprattutto rendersi conto di cosa significhi in senso più ampio la sua applicazione nella nostra società. In che modo quindi la sua portata dirompente ci tocca direttamente e molto più rapidamente di quanto altre tecnologie lo hanno fatto nel passato. Con Wefab, progetto che sto seguendo parallelamente a Openwear, da più di un anno stiamo organizzando eventi (in attesa di avere un makerspace per farlo tutti i giorni ) cercando di individuare e mettere in pratica modi innovativi di abilitare le persone a creare e produrre autonomamente, attraverso la collaborazione e la

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Come hackerare una sedia nell’era dell’open design

Articolo originariamente pubblicato su CheFuturo Quando mi ha scritto Viviana Narotzky, storica del design e presidente di ADI-FAD, sono rimasta piacevolmente stupita perché per la prima volta mi sarei ritrovata a raccontare di moda collaborativa in un contesto di puro design. L’evento intitolato “Open Design, Shared Creativity” (Design aperto, creatività condivisa) si è tenuto durante un forum internazionale organizzato proprio lo scorso luglio durante il Festival del Design a Barcellona, che ha riunito vari pensatori e sperimentatori intorno al tema dell’open design. Non si trattava del primo evento incentrato su questo tema in Europa, già ad Amsterdam e a Berlino lo scorso anno si era detto e fatto molto, specialmente a partire dal lancio del libro “Open Design Now! Why design cannot remain exclusive” (Design aperto ora! Perché il design non può rimanere esclusivo) che oggi è considerato una sorta di reader per chi vuole capire lo stato dell’arte delle riflessioni sul design dai codici aperti. Il libro, una raccolta di

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Perché ho chiesto a Passera e Profumo un FabLab in ogni città

Articolo originariamente pubblicato su CheFuturo Ne sono certa, ci sono tante cose che possiamo fare per innescare la rivoluzione di cui abbiamo bisogno. L’articolo di Massimo Banzi è un’altra prova del fatto che l’innovazione in Italia non sia un fantasma. Anche io qualche giorno fa ho lanciato una proposta all’interno della discussione pubblica per l’Agenda Digitale Italiana: creare un Istituto per la Manifattura Digitale. Il suo compito? Finanziare e pianificare per i prossimi 10 anni l’apertura di laboratori d’innovazione focalizzati su open design, manifattura sostenibile e artigianato digitale. Potete commentare l’idea e votarla se siete d’accordo. So cosa volete chiedermi: ma in un paese come l’Italia un istituto del genere serve davvero? Sì, perché investire su creatività e tecnologia rappresenta un’opportunità che non possiamo ignorare ma, allo stesso tempo, non è un’impresa facile. L’entusiasmo con cui vengono raccontate le storie di innovazione e startup a volte ricorda un po’ la retorica dei “due cuori e una capanna”. Nel caso delle

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Un marchio open source per una moda sostenibile, aperta e partecipata

Articolo scritto per la rivista Loop e tratto dal mio intervento a WorldWideRome Nel 2010 Johanna Blakley, direttrice di un think-tank sui media all’Università della California, ha rivelato di fronte a una platea nutrita della Ted conference che, l’industria della moda, a differenza di altri ambiti del settore creativo non produce valore a partire dalla protezione della proprietà intellettuale: non solo la maggior parte dei capi e accessori venduti non sono coperti da copyright, è proprio questa mancanza di protezione che permette al sistema di essere profittevole. Grazie a questa libertà infatti, aziende diverse sono in grado di replicare capi creati da brand conosciuti in copie più economiche e di renderle disponibili a prezzi più accessibili, ovviamente senza copiare anche il logo#. Quanto più velocemente gli abiti indossati sulle riviste patinate e esposte nelle vetrine delle vie del centro senza cartellino del prezzo, diventano indossabili per tutto il resto della popolazione, tanto più velocemente, più volte l’anno, diventa necessario gettare

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Where does all the clothing go? – Insights from academic research, but without the jargon

This post was written by Pamela Ravasio and orginally posted on Shirahime From Friday 20 to Sunday 22nd of January 2012 the ‘Everything must go‘ exhibition in the South Bank’s Oxo Wharf (London, UK) opened its doors to the public. The event was in many ways special: Not only aimed at bringing interested non-academics and academics together, but its principle aim was to convey to the general public academic research results around recycling commodity chains (from the ‘Waste of the World’ and ‘Worn Clothing‘ project) acquired over the course of 5 full years. The mentioned two projects have 2 major focus areas: Clothing Recycling and the recycling (scavenging) of ships in dedicated shipyards. While the facts and stories about ship recycling impressed through the strength and rawness of their on-site report, it was the how ingeniously literally everything gets a new lease of life left in developing country that made a a lasting impression on me. This all said, it

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