An experimental new material was put to use in the creation of a flexible, soft dress of stunning complexity, produce with Laser Sintering technique. Austrian architect Julia Koerner explains, “My collaboration with Materialise for the 3D printed dress for Iris van Herpen’s Haute Couture Show ‘Voltage’ 2013 reveals a highly complex, parametrically generated, geometrical structure. The architectural structure aims to superimpose multiple layers of thin woven lines which animate the body in an organic way. Exploiting computational boundaries in combination with emergent technology selective laser sintering, of a new flexible material, lead to enticing and enigmatic effects within fashion design. New possibilities arise such as eliminating seams and cuts where they are usually placed in couture.” Learn more here Using a different technique and approach, Sruli Recht items are made of layers of walnut wood divided into triangles and then mounted on a textile base forming the geometric shapes of the garments. Take a look at the video below (and spot
Fashion
Come hackerare una sedia nell’era dell’open design
Articolo originariamente pubblicato su CheFuturo Quando mi ha scritto Viviana Narotzky, storica del design e presidente di ADI-FAD, sono rimasta piacevolmente stupita perché per la prima volta mi sarei ritrovata a raccontare di moda collaborativa in un contesto di puro design. L’evento intitolato “Open Design, Shared Creativity” (Design aperto, creatività condivisa) si è tenuto durante un forum internazionale organizzato proprio lo scorso luglio durante il Festival del Design a Barcellona, che ha riunito vari pensatori e sperimentatori intorno al tema dell’open design. Non si trattava del primo evento incentrato su questo tema in Europa, già ad Amsterdam e a Berlino lo scorso anno si era detto e fatto molto, specialmente a partire dal lancio del libro “Open Design Now! Why design cannot remain exclusive” (Design aperto ora! Perché il design non può rimanere esclusivo) che oggi è considerato una sorta di reader per chi vuole capire lo stato dell’arte delle riflessioni sul design dai codici aperti. Il libro, una raccolta di
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From the idea to the prototype with the help of open design
At the end of July I spent a week at Supsi with Massimo Banzi and around 20 participants at the Physical & Wearable computing with Arduino summer school. The focus of the course was on the design and prototyping of digitally fabricated interactive objects. It was the first time I was working with Massimo and some weeks before I shared with him the approach I had in mind. Usually, wearable technology workshops start from ready-made garments or accessories. Old gloves and t-shirts, cheap belts or jackets are “decorated” with technology. I wanted to experiment a different point of view. I would have brought some rough prototypes of wearable accessories made of felt and produced with a lasercut. I prepared the files during the previous months with the help of professional tailor Nadia – who knows much about measures and fit, and Vectorealism, my partners at Wefab – who gave me direct access to the lasercut to prepare the first drafts.
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Perché ho chiesto a Passera e Profumo un FabLab in ogni città
Articolo originariamente pubblicato su CheFuturo Ne sono certa, ci sono tante cose che possiamo fare per innescare la rivoluzione di cui abbiamo bisogno. L’articolo di Massimo Banzi è un’altra prova del fatto che l’innovazione in Italia non sia un fantasma. Anche io qualche giorno fa ho lanciato una proposta all’interno della discussione pubblica per l’Agenda Digitale Italiana: creare un Istituto per la Manifattura Digitale. Il suo compito? Finanziare e pianificare per i prossimi 10 anni l’apertura di laboratori d’innovazione focalizzati su open design, manifattura sostenibile e artigianato digitale. Potete commentare l’idea e votarla se siete d’accordo. So cosa volete chiedermi: ma in un paese come l’Italia un istituto del genere serve davvero? Sì, perché investire su creatività e tecnologia rappresenta un’opportunità che non possiamo ignorare ma, allo stesso tempo, non è un’impresa facile. L’entusiasmo con cui vengono raccontate le storie di innovazione e startup a volte ricorda un po’ la retorica dei “due cuori e una capanna”. Nel caso delle
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Un marchio open source per una moda sostenibile, aperta e partecipata
Articolo scritto per la rivista Loop e tratto dal mio intervento a WorldWideRome Nel 2010 Johanna Blakley, direttrice di un think-tank sui media all’Università della California, ha rivelato di fronte a una platea nutrita della Ted conference che, l’industria della moda, a differenza di altri ambiti del settore creativo non produce valore a partire dalla protezione della proprietà intellettuale: non solo la maggior parte dei capi e accessori venduti non sono coperti da copyright, è proprio questa mancanza di protezione che permette al sistema di essere profittevole. Grazie a questa libertà infatti, aziende diverse sono in grado di replicare capi creati da brand conosciuti in copie più economiche e di renderle disponibili a prezzi più accessibili, ovviamente senza copiare anche il logo#. Quanto più velocemente gli abiti indossati sulle riviste patinate e esposte nelle vetrine delle vie del centro senza cartellino del prezzo, diventano indossabili per tutto il resto della popolazione, tanto più velocemente, più volte l’anno, diventa necessario gettare
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