Remanufacturing Italy e alcune proposte di utopie concrete

Sono felice di annunciare l’uscita di uno dei volumi della collana Quaderni della ricerca IUAV edito da Mimesis a cui ho collaborato, su invito di Alessandra Vaccari, con un pezzo scritto durante il primo lockdown: “Remanufacturing Italy – L’Italia nell’epoca della postproduzione“. Era un periodo particolare in cui scrivere e stavo esplorando alcune storie del passato come quella del razionamento di merci durante la seconda guerra mondiale, soprattutto la nascita del marchio CC41 in UK che per la prima volta è riuscita a dare capi di qualità a chi non li aveva mai indossati nella propria vita grazie a una triangolazione tra policy maker, designer e aziende manifatturiere.

L’altro aspetto del passato da cui è partita la mia riflessione è stata la sperimentazione di Archizoom e soprattutto di Lucia Morozzi con il progetto “Vestirsi è facile” esposto alla Triennale del Design milanese del 1973 e l’idea di abito come Nearest Habitat System. Mi sono avvicinata al lavoro di Archizoom grazie al volume Globaltools uscito per Neroeditions che mi ha aperto varie porte sul passato e il libro Dressing Design di Elena Fava, senza il quale il focus sull’ambito moda sarebbe stato molto più difficile da inquadrare. Da lì, in un rimbalzo di citazioni e incursioni in biblioteca per attingere ai numeri originali di Casabella mi sono resa conto come già all’epoca proprio gli Archizoom criticassero l’industria della moda perchè non sfruttava a pieno le tecnologie e le fibre a disposizione, limitandosi a un’estetica decorativa e puramente imitativa dell’artigianale senza dotarsi di una metodologia specifica, perché senza una tradizione di ricerca innovativa.

Infine nel pezzo ho cercato di riassumere le riflessioni nate nel percorso che da Serpica Naro, passando per Openwear mi ha portato fino a WeMake, dove la sperimentazione sulla moda è partita proprio dalla necessità di inserire tecnologie di fabbricazione digitale senza lasciare indietro le pratiche artigianali e manifatturiere della nostra tradizione; forzando, in qualche modo, il modello classico di makerspace per far dialogare il taglio laser con la macchina da cucire e il banco di elettronica con la tessitura.


Qui una breve descrizione del volume che raccoglie i contributi di vari autori:

Nel linguaggio tecnologico il termine remanufacturing indica la rigenerazione di un prodotto ottenuta sostituendo le parti usurate con elementi nuovi o recuperati da oggetti preesistenti. Nell’epoca della postproduzione, tale termine offre la possibilità di analizzare e provare a indirizzare le tensioni fra i caratteri che il Made in Italy ha ereditato dal passato e le qualità che ne stanno guidando la trasformazione. Riguardo al passato, caratterizzano la produzione Made in Italy la nostalgia per un modello di sviluppo basato sulla piccola e media impresa, la tendenza alla mitizzazione di una stagione di successi e consumi crescenti, il conforto della nicchia dei beni di lusso e la valorizzazione dell’heritage. A guidare la trasformazione sono, invece, la rete di connessioni globali, i modi di produzione e consumo senza limiti guidati dalla rivoluzione digitale e post-digitale, l’acquisizione di aziende da parte dei grandi gruppi che operano su scala planetaria, le imprese indipendenti spinte dall’innovazione, le nuove forme di artigianato e di microimprenditorialità su base locale legate alle tecnologie emergenti. Ne deriva una riconfigurazione geografica, creativa ed economica della produzione, che il volume esplora con una prospettiva interdisciplinare articolandosi in due sezioni, dedicate l’una ai modelli di rigenerazione del Made in Italy e della sua filiera produttiva, l’altra alla trasformazione dei discorsi e delle narrative che circolano intorno ad esso e contribuiscono a rinnovarne la definizione.

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